giovedì 28 gennaio 2016

Tutti i numeri della (scarsa) trasparenza della politica italiana

Tutti i numeri della (scarsa) trasparenza della politica italiana: Nel 2014 solo un politico su quattro ha pubblicato le informazioni richieste dalla legge. Il dossier sulla trasparenza di OpenPolis.
Quanta trasparenza c’è al governo e in Parlamento? Poca, se si pensa che nel 2014 solo un politico su quattro ha pubblicato i dati relativi alla sua dichiarazione dei redditi, al suo patrimonio e ai ruoli ricoperti all’interno di società pubbliche e private.
A censirlo è OpenPolis nel suo minidossier Patrimoni trasparenti. Redditi, proprietà e spese elettorali dei politici nazionali della XVII Legislatura, appena pubblicato con licenza CC BY-SA 3.0 IT. Intanto, perché questi dati devono essere pubblici? Lo dicono le norme: la prima legge sulla pubblicità della situazione patrimoniale dei titolari di cariche elettive risale addirittura al 1982. Mentre è del 2013 il cosiddetto decreto Trasparenza, che ha previsto la pubblicazione online, diventata da facoltativa a obbligatoria con la legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti votata nel 2014. 

martedì 12 gennaio 2016

Saccheggiare il mondo, la storia e la politica del Fondo Monetario Internazionale – Seconda parte

Chile 1973

Ci si instrada sulla via del Neoliberismo

L'inizio del 1970 ha segnato la fine del boom del dopoguerra, un periodo di espansione economica durato 25 anni, in cui ai lavoratori, nei principali paesi industriali, erano state fatte grandi concessioni sociali e avevano potuto sperimentare uno sconosciuto miglioramento delle loro condizioni di vita, fino a quel momento. E 'stata la disgregazione interna del sistema di Bretton Woods che ha portato alla fine di quel periodo.  Come risultato della crescita degli investimenti degli Stati Uniti all'estero e della crescente spesa militare - in particolare per la guerra del Vietnam - la quantità di dollari in circolazione a livello globale è costantemente aumentato. Tutti i tentativi da parte del governo degli Stati Uniti per riportare sotto controllo questa proliferazione hanno fallito, perché il capitale statunitense era mescolato con capitale straniero e nessuna nazione sulla terra era in grado di imbrigliare questa massiccia concentrazione di potere finanziario.

Nel 1971, gli Stati Uniti, per la prima volta nella loro storia, svilupparono un deficit della bilancia dei pagamenti.  Allo stesso tempo, lo squilibrio tra l'offerta globale e le riserve auree degli Stati Uniti, accumulate a Fort Knox, avevano assunto dimensioni tali che anche l'aumento del prezzo dell'oro a 38,00 e poi a 42,20 dollari, non poteva più garantirne il cambio contro un'oncia d'oro. Il 15 agosto del 1971, il presidente americano Nixon ha tirato i freni e ha reciso il legame tra oro e dollaro, mostrando l'arroganza tipica di una superpotenza, visto che non fu consultato in proposito un solo alleato.

Nel dicembre 1971, una conferenza del gruppo G10, fondata nel 1962 dalle dieci nazioni più industrializzate del mondo, decise un allineamento dei tassi di cambio, che ha determinato un riaggiustamento del valore del dollaro rispetto alle altre valute. Ciò ha comportato una svalutazione del dollaro, che è andato dal 7,5%, contro la debole lira italiana, al 16,9% contro il forte yen giapponese. Nel febbraio 1973, il dollaro è stato svalutato di nuovo, ma ben presto divenne chiaro che il sistema dei cambi fissi non poteva più essere mantenuta. Nel marzo 1973, il G10 e diversi altri paesi industrializzati hanno introdotto il sistema di cambi flessibili, da parte delle banche centrali - senza consultare un solo paese al di fuori del G 10, e nonostante il fatto che il nuovo regime violava palesemente l'articolo 6, iscritto nel documento della fondazione del FMI, sui tassi di cambio fissi e la stabilità monetaria.

L'abolizione dei cambi fissi ha storicamente terminato i compiti principali del FMI. L'unico ruolo che gli era rimasto era quella di prestatore incaricato della ripartizione dei fondi e a quali condizioni, col diritto di controllare la contabilità dei membri e di esercitare un'influenza diretta sulle loro politiche. Tuttavia, è stato proprio per questa funzione che presto sarebbero sorte delle nuove situazioni, estremamente favorevoli.

Nel 1973, i membri dell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC), fondata nel 1960, hanno usato la guerra dello Yom Kippur, tra Egitto e Israele, per ridurre le quantità di olio fornito all'occidente ("embargo petrolifero") e aumentare drasticamente i prezzi del petrolio. Ciò ha portato ad un enorme aumento degli utili delle compagnie petrolifere e dei paesi produttori di petrolio. Questi guadagni finivano, la termine del ciclo, nelle banche commerciali, che in cambio hanno cercato di usarli per investimenti redditizi. Mentre l'economia globale era scivolata in una recessione, nel 1974-1975, e le opportunità di investimento nei paesi industrializzati erano diminuite, la parte del leone del denaro, in forma di prestiti, fu quella rivolta ai paesi del terzo mondo, in Asia, Africa e Sud America, che - a causa della loro maggiore spese, dopo l'aumento dei prezzi del petrolio - avevano bisogno urgente di denaro. Il FMI rispose alle accresciute esigenze di credito dei paesi in via di sviluppo con l'introduzione della "Extended Fund Facility" nel 1974, da cui i paesi membri avrebbero potuto trarre prestiti fino al 140% della loro quota, con termini da quattro anni e mezzo, fino a dieci.

Anche se l'impianto era stato appositamente istituito per finanziare le maggiori esigenze di importazioni di petrolio, il Fondo monetario internazionale - così come le banche - si erano curate poco di come il denaro fosse stato effettivamente speso. Per esempio del fatto che fosse andato dritto nelle tasche di dittatori come Mobutu, nello Zaire, Saddam Hussein in Iraq, o di Suharto in Indonesia - che lo sperperarono, trasferendolo su conti esteri segreti o utilizzandolo per scopi militari, in ogni caso facendo salire il debito pubblico – tutte cose che non ha avevano importanza per il Fondo monetario internazionale e le banche, fino a quando avrebbero ricevuto i loro pagamenti di interessi regolarmente.

Tuttavia, la situazione cambiò bruscamente quando Paul Volcker, il nuovo presidente della Federal Reserve americana, ha alzato il prime rate (il tasso di interesse al quale le banche commerciali possono ottenere denaro dalle banche centrali) del 300%, al fine di ridurre l'inflazione nel 1979. Gli Stati Uniti scivolarono in un'altra recessione, il che significava che meno materie prime erano necessarie, a causa di una più bassa attività economica.

Per molti paesi in via di sviluppo la combinazione di minor domanda, il calo dei prezzi delle materie prime e la crescita alle stelle dei tassi di interesse, fecero sì che non poterono soddisfare i loro obblighi di pagamento alle banche internazionali. Una massiccia crisi finanziaria incombeva. L'onere del debito dei paesi in via di sviluppo, all'inizio del 1980, ammontava a un totale di 567 miliardi di dollari. Un mancato pagamento di questa portata, avrebbe spinto al collasso di molte banche occidentali e quindi doveva essere evitato a tutti i costi.

E 'stato a questo punto che al Fondo monetario internazionale è stato dato la sua prima grande occasione per entrare nella situazione come prestatore di ultima istanza. Mentre il suo “settore pubbliche relazioni” stava diffondendo la notizia che l'organizzazione stava lavorando sui salvataggi, al fine di "aiutare" i paesi indebitati, il Fondo ha approfittato della sua posizione di monopolio, incontestabile, per legare la concessione di prestiti a condizioni ancora più difficili. In tal modo, è stato in grado di attingere a due esperienze diverse, maturate negli anni precedenti.

In primo luogo, un colpo di stato militare appoggiato dalla CIA, in Cile, nel settembre del 1973, che aveva portato a termine il governo del presidente socialista Salvador Allende e aveva altresì sistemato il dittatore fascista, Augusto Pinochet, al potere. Pinochet aveva subito invertito le nazionalizzazioni fatte da Allende, ma non aveva trovato rimedio contro l'inflazione galoppante. Nel tentativo di riprendere il controllo della situazione, si era così rivolto a un gruppo di 30 economisti cileni (conosciuto come "Chicago Boys" perché avevano studiato alla Chicago School of Economics, sotto il premio Nobel Milton Friedman) per proporre loro una divisione del lavoro ben definita: egli avrebbe provveduto alla soppressione di qualsiasi tipo di opposizione politica e sindacale, nonchè a schiacciare tutti i conflitti sul lavoro, mentre loro si sarebbero occupati di attuare un programma di austerità radicale, sulla base di idee neoliberiste.

Nel giro di poche settimane un ampio catalogo di misure fu sviluppato. Fu richiesta una drastica limitazione della massa monetaria, tagli alla spesa pubblica, licenziamenti nel settore pubblico, la privatizzazione nella sanità e l'istruzione, tagli salariali e aumenti delle tasse per i lavoratori, mentre allo stesso tempo venivano ridotti i dazi doganali e le imposte per le società. Il programma è stato apertamente indicato come "terapia shock" da ambo i lati.

Sia Pinochet che i suoi soci, che vennero presentati al pubblico come un "governo di tecnocrati", rispettarono la loro parte dell'accordo fino in fondo. Mentre il dittatore distrusse violentemente qualsiasi opposizione alle misure drastiche del governo e assicurò che molti dissidenti politici scomparissero per sempre, i "Chicago Boys" lanciarono un attacco frontale alla popolazione attiva. In particolare condussero alla disoccupazione, che era pari a 3% nel 1973, e al 18,7% entro la fine del 1975, contemporaneamente spingendo l'inflazione al 341%, facendo sprofondare i segmenti più poveri della popolazione in una povertà ancora maggiore. Gli impatti del programma in realtà aggravarono il problema della disuguaglianza sociale per i decenni a venire: nel 1980, il 10% più ricco della popolazione cilena aveva accumulato il 36,5% del reddito nazionale, espandendo quella quota al 46,8% nel 1989, mentre allo stesso tempo quella del 50 % più poveri scese dal 20,4% al 16,8%.

Durante il suo sanguinoso colpo di stato, Pinochet aveva fatto completo affidamento sul sostegno attivo della CIA e del Dipartimento di Stato, sotto il governo Kissinger. In sede di attuazione del programma di austerità più duro mai effettuato in un paese latino-americano, i "Chicago Boys" ricevettero il pieno sostegno da parte del FMI. Indipendentemente da tutte le violazioni dei diritti umani infatti i prestiti del FMI in Cile vennero raddoppiati l'anno successivo al golpe di Pinochet, per quadruplicarli e quintuplicarli nei due anni successivi.

L'altra esperienza del FMI ha riguardato la Gran Bretagna. L'inesorabile declino economico della Gran Bretagna nel corso di due decenni e mezzo aveva reso il paese il più grande debitore del FMI. Dal 1947 al 1971, il governo di Londra aveva preso prestiti per un totale 7.25 miliardi di dollari. Dopo la recessione del 1974/75 e attacchi speculativi contro la sterlina, il paese era giunto ad una condizione di pressione ancora maggiore. Quando nel 1976 il governo britannico, ancora una volta si rivolse al FMI per chiedere aiuto, gli Stati Uniti colsero l'opportunità di dimostrare il loro potere. Alleandosi con i risorgenti tedeschi, costrinsero il governo laburista del primo ministro Harold Wilson a limitare la spesa pubblica, ad imporre tagli massicci ai programmi sociali, a perseguire una politica di bilancio restrittiva, e ad astenersi dai controlli sulle importazioni di qualsiasi tipo. Questo drastico intervento rappresenta tutt'oggi una limitazione finora sconosciuta alla sovranità di un paese debitore, in europa, risultato nel fatto che nessun leader di un paese industrializzato occidentale ha mai più applicato un programma del genere in relazione ad un prestito del FMI.

Traduzione dell’articolo a cura di DemokraziaDiretta: 
http://tapnewswire.com/2016/01/pillaging­the­world­the­history­and­politics­of­the­imf/

Il testo è un estratto del libro intitolato “Pillaging the World” (Saccheggiare il Mondo) di Ernest Wolf, 2014, pubblicato da Tectum Verlag Marburg, 2014, www.tectum-verlag.de – il libro è disponibile in inglese e in tedesco



giovedì 7 gennaio 2016

Saccheggiare il mondo, la storia e la politica del Fondo Monetario Internazionale – Prima parte

Saccheggiare il mondo, la storia e la politica del Fondo Monetario Internazionale – Prima parte

Traduzione dell’articolo: http://tapnewswire.com/2016/01/pillaging­the­world­the­history­and­politics­of­the­imf/

Il testo che segue è un estratto del libro intitolato “Pillaging the World” (Saccheggiare il Mondo) di Ernest Wolf, 2014, pubblicato da Tectum Verlag Marburg, 2014, www.tectum-verlag.de – il libro è disponibile in inglese e in tedesco

Nessun altra organizzazione finanziaria ha influenzato la vita della maggioranza della popolazione mondiale più profondamente, nei trascorsi 50 anni, che il FMI. Sin dai suoi esordi, dopo la 2° guerra mondiale, ha avuto una sfera d’influenza che ha toccato gli angoli più remoti della terra. I suoi membri attualmente includono 188 paesi in 5 continenti.

Per decenni il FMI è stato attivo principalmente in Africa, Asia e Sud America. Difficilmente c’è stato un paese in questi continenti dove le loro politiche non sono state portate avanti in stretta cooperazione con i rispettivi governi nazionali. Quando la crisi finanziaria ha fatto irruzione nel 2007 il Fmi ha spostato la propria attenzione sul nord-europa, sin dall’inizio della crisi dell’euro nel 2009 il suo obiettivo primario invece si è spostato nel sud dell’europa.

 Ufficialmente la funzione principale del Fmi consiste nella stabilizzazione del sistema globale finanziario, nell’aiutare i paesi che hanno dei problemi in tempo di crisi, in sostanza le sue operazioni, alla fine dei conti, sembrano la brutta reminiscenza del lavoro lasciato dagli eserciti in guerra. Dovunque interviene mina la sovranità degli stati, forzandoli ad implementare delle misure che sarebbero rigettate dalla maggioranza della popolazione, lasciandosi dietro di conseguenza una scia di devastazione economico-sociale.

Nel perseguire i suoi obiettivi il Fmi non ha mai fatto uso di armi o soldati. Semplicemente applica il meccanismo del capitalismo, specialmente quello del credito. La sua strategia è semplice quanto efficace: quando in un paese presenta difficoltà finanziarie, il Fmi vi fa sosta e fornisce supporto in forma di crediti, in cambio chiede il rinforzo di misure che servono per garantire la solvibilità di quel paese, di modo da consentirgli di ripagare quei crediti.

Per via del suo stato globale di prestatore di ultima istanza dei governi, questi non hanno scelta nell’accettare o meno l’intervento del Fmi e devono accettare le condizioni che gli vengono richieste, cadendo in una rete di debito, composto dal debito primario e dall’interesse, che impigliano il paese in un crescente indebitamento. Lo sforzo risultante sul budget dello stato e sull’economia interna, inevitabilmente porta al deterioramento della situazione finanziaria che normalmente il Fmi usa come pretesto per domandare ulteriori concessioni da parte dei governi, nella forma di programmi di austerità.

Le conseguenze sono disastrose per la gente dei paesi interessati, che nella maggior parte dei casi sono paesi a basso reddito, perchè i loro governi seguono sempre lo stesso paradigma, spostando gli effetti dell’austerità su chi percepisce reddito da lavoro e sui poveri.

In questa maniera i programmi del Fmi sono costati il lavoro a milioni di persone, negandogli l’accesso ad adeguate cure ospedaliere, ad un adeguato sistema educativo e ad abitazioni dignitose. Hanno reso precario il loro vitto, incrementando i senza tetto, derubando le persone anziane dei frutti di una vita di lavoro, favorendo l’accrescimento del disagio sociale, riducendo l’aspettativa di vita e incrementando la mortalità infantile.

Sull’altro lato della scala sociale, comunque, le politiche del Fmi hanno aiutato un ristretto gruppo di ultra-ricchi ad incrementare le loro fortune, persino in tempi di crisi. Le misure del Fmi hanno contribuito in maniera decisiva al fatto che l’iniquità globale abbia assunto livelli mai raggiunti in precedenza, storicamente: la differenza nei redditi tra il re e i poveri, alla fine dell’era medioevale, impallidisce, raffrontandola alla differenza tra un hedge-fund manager e il paniere che costituisce il walfare attuale.

Sebbene questi fatti siano universalmente noti e centinaia di migliaia di persone hanno protestato contro gli effetti di queste misure nei decenni, spesso rischiando la vita, il Fmi si è aggrappato tenacemente alla sua strategia, a dispetto delle critiche e delle conseguenze sorprendentemente negative delle proprie azioni, il Fmi ancora gode del supporto incondizionato dei governi di tutte le principali nazioni industriali.

Perchè? Come è possibile che una organizzazione che causi tali immense sofferenze umane in giro per il mondo continui ad agire con impunità e con il supporto delle forze più potenti dei nostri tempi? Per chi lavora il Fmi? Di chi fa gli interessi? Chi ottiene benefici dalle sue azioni? E’ il proposito di questo libro, dare risposte a queste domande.

La conferenza di Bretton Woods:
Si comincia con i ricatti

Mentre la seconda guerra mondiale infuria in Europa, nel luglio 1944, gli Stati uniti invitarono le delegazioni di 44 paesi nella località sciistica di Bretton Woods,nel New Hampshire.  La motivazione ufficiale della conferenza, tenutasi per tre settimane nel lussuoso hotel “Mount Washington”, era quella di stabilire le caratteristiche di base di un ordine economico post-bellico e stabilire le pietre angolari di un sistema che avrebbe stabilizzato l’economia mondiale e prevenire il fatto di ritornare ad una condizione che era esistita prima della 2° guerra mondiale. Il 1930 in particolare si distinse per una alta inflazione, barriere doganali, tassi di cambio con elevati livelli di fluttuazione, scarsezza di oro e una attività che economica in declino di oltre il 60%. Inoltre, le tensioni sociali avevano minacciato costantemente di abbattere l’ordine sociale.

La conferenza era stata preceduta da numerosi anni di negoziazioni segrete tra la Casa Bianca e Downing Street che avevano già lavorato a quei piani per un nuovo ordine monetario, sin dal 1940. Un commento che venne registrato del capo della delegazione britannica, l’economista Lord Keynes, mise in luce l'atteggiamento dell'elite verso gli interessi e le preoccupazioni dei paesi più piccoli: “Ventuno paesi sono stati invitati, i quali non hanno chiaramente nulla con cui negoziare e si limiteranno a occupare terreno ... Il più mostruoso sporco affare montato da anni”.

Non ci volle molto tempo prima che il loro atteggiamento di disprezzo rimbalzasse su Lord Keynes e i suoi compatrioti. Nel corso della conferenza divenne sempre più chiaro quanto la bilancia del potere globale si era mossa a sfavore dell’Inghilterra. Troppe spese di guerra avevano trasformato il paese, già seriamente indebolito dalla prima guerra mondiale, nel più grande debitore planetario e avevano spinto il paese sull’orlo dell’insolvenza.  L'economia della Gran Bretagna era in ginocchio e l'aumento dei movimenti di liberazione in tutto il mondo già annunciava la rottura definitiva del suo impero coloniale, una volta globale.

L’indiscussa vittoria della seconda guerra mondiale, era stata ad ogni modo degli Usa. Paese che era diventato a quel punto il più grande creditore internazionale, in possesso di due terzi delle riserve mondiali e al comando di una buona metà della produzione industriale globale. A differenza della maggior parte dei paesi europei, le sue infrastrutture erano intatte e mentre la sua delegazione era impegnata nelle negoziazioni a Bretton Woods, i comandanti dell’esercito americano stavano programmando l’attacco nucleare alle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, per evidenziare la pretesa americana di dominio globale.

Come risultato di questo nuovo equilibrio di poteri, il piano di Lord Keynes per un nuovo ordine economico fu rigettato in pieno. Rappresentando un paese con problemi sostanziali nella bilancia dei pagamenti, aveva proposto una “unione internazionale dei pagamenti” che avrebbe fornito ai paesi che soffrivano per una bilancia dei pagamenti negativa un più facile accesso ai prestiti ed introdotto una unità di riequilibrio contabile chiamata “Bancor” che sarebbe servita acnhe come unità di riserva.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non erano disposti ad assumere il ruolo di creditore importante che il piano Keynes aveva previsto per loro. Il capo della loro delegazione, Harry Dexter White, in cambio presentò il suo piano, che fu alla fine accettato dalla assemblea. Il “piano White” concettualizzò un piano di valuta mondiale che non s’era mai visto nella storia della moneta. Il dollaro USA fu costituito come il suo unico centro e tale valuta doveva essere ancorata a tutte le altre valute a un tasso di cambio fisso, mentre la sua relazione di cambio con l’oro veniva fissata a 35 dollari l’oncia. Il piano fu attuato dagli Stati Uniti a fronte della richiesta dell'istituzione di numerose organizzazioni internazionali, col compito di monitorare il nuovo sistema e stabilizzarlo, per la concessione di prestiti a paesi che affrontavano problemi di bilancia dei pagamenti.

Dopo tutto, Washington, per via delle sue dimensioni e della rapida crescita economica, dovette fare dei passi in avanti al fine di ottenere l'accesso alle materie prime e creare opportunità di vendita a livello mondiale per la sua sovrapproduzione.  Ciò richiese la sostituzione della moneta finora più utilizzata, la sterlina inglese, col dollaro. Inoltre, il tempo sembrava maturo per la sostituzione della City di Londra con Wall Street, in tal modo si stabilivano gli Stati Uniti nella loro nuova posizione di punto focale del commercio internazionale e della finanza globale.

Il nuovo rapporto oro-dollaro e l'istituzione di cambi fissi ha parzialmente reintrodotto il gold standard, che esisteva tra il 1870 e lo scoppio della prima guerra mondiale - sia pure in circostanze molto diverse. Fissando tutti i tassi di cambio al dollaro USA, Washington privò tutti gli altri paesi partecipanti del diritto di controllare la propria politica monetaria per la protezione delle loro industrie nazionali - un primo passo verso la limitazione di sovranità del resto del mondo con la ormai dominante Stati Uniti.

La distribuzione dei diritti di voto suggeriti dagli Stati Uniti per le organizzazioni proposte fu lontano dall’essere democratico. I paesi membri non furono trattati ugualmente o videro l’assegnazione dei diritti di voto sulla scorta del numero delle loro popolazioni, piuttosto ciò corrispose al contributo che essi pagarono – che significava che Washington, vista la sua superiorità finanziaria, si assicurò il controllo assoluto su tutte le decisioni. Il fatto che lo stato razzista che si era macchiato di apartheid del Sud Africa fu invitato a diventare un membro fondatore del Fmi diffuse una luce rivelatoria, sul ruolo che le considerazioni umanitarie giocavano nel processo.

Il governo degli Stati Uniti intuì che non sarebbe stato facile conquistare l'opinione pubblica, per un progetto così evidentemente in contraddizione con lo spirito della Costituzione degli Stati Uniti e la comprensione che molti americani avevano della democrazia. I veri obiettivi del Fondo monetario internazionale sono stati di conseguenza offuscati con grande impeto, dalla vuota retorica sul "libero commercio" e "l'abolizione del protezionismo".  Il New York Herald Tribune ha parlato della "campagna di propaganda più potente nella storia del paese."

Il primo compito del FMI fu quello di esaminare tutti gli Stati membri al fine di determinare i rispettivi tassi di contribuzione.

Dopo tutto, il Fondo era stato creato per esercitare una funzione a lungo termine di "monitoraggio" per la protezione del sistema. Gli Stati Uniti hanno quindi rivendicato per sé il diritto di essere informati, in modo permanente, sulle condizioni finanziarie ed economiche di tutti i paesi coinvolti.

Quando un anno e mezzo dopo la conferenza la Gran Bretagna insistette su un miglioramento della sua condizione circa i contratti, essi furono messi inequivocabilmente a conoscenza di che fosse a capo del Fondo monetario internazionale. Senza ulteriori indugi Washington li legò ad un prestito di 3,75 miliardi di dollari, urgente per il Regno Unito al fine di rimborsare i suoi debiti di guerra, alla condizione che la Gran Bretagna seguisse i termini del contratto, senza se e senza ma. Meno di due settimane dopo Downing Street cedette al ricatto di Washington e acconsentì.

Il 27 dicembre 1945, 29 governi firmarono l'accordo definitivo. Nel mese di gennaio 1946, i rappresentanti di 34 nazioni si riunirono per un incontro introduttivo del Consiglio dei governatori del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Savannah, in Georgia. In quella occasione, Lord Keynes e i suoi connazionali furono ancora una volta lasciati a mani vuote: contrariamente alla loro proposta di poter stabilire la sede del Fondo monetario internazionale - che aveva nel frattempo dichiarato di essere un'agenzia specializzata delle Nazioni Unite, a New York City - il governo degli Stati Uniti insistette sul suo diritto di determinare autonomamente la sede. Il 1 ° marzo 1947, il FMI finalmente cominciò le sue operazioni dal downtown di Washington.

Le regole per l'adesione al FMI erano semplici: i paesi candidati dovevano aprire i loro libri contabili per essere valutati rigorosamente. Dopo di che dovettero depositare una certa quantità di oro e versare il proprio contributo finanziario per l'organizzazione, in base al loro potere economico. In cambio, sono certi che in caso di problemi della bilancia dei pagamenti hanno diritto a un credito fino a concorrenza del loro contributo - in cambio di tassi di interesse determinati dal Fondo monetario internazionale e l'obbligo contrattualmente garantito di ripagare i loro debiti al FMI prima di tutti gli altri.

Il FMI finalmente ricette un capitale iniziale di 8,8 miliardi dai suoi Stati membri che pagarono il 25% dei loro contributi in oro e il 75% nella propria valuta. Gli Stati Uniti si assicurarono il più alto tasso, depositando 2,9 miliardi. L'importo è stato doppio rispetto a quello di Gran Bretagna e ha garantito agli Stati Uniti non solo i diritti di voto doppi, ma anche il fatto di essere una paralizzante minoranza e il potere di veto.

Il FMI è stato gestito da un consiglio di amministrazione, a cui dodici amministratori esecutivi erano subordinati. Sette erano eletti dai membri del FMI, gli altri cinque venivano nominati dai maggiori paesi, guidati dagli Stati Uniti. Gli uffici del FMI e quelli della sua organizzazione sorella, la Banca Mondiale, sono stati istituiti sulla Pennsylvania Avenue a Washington a pochi passi dalla Casa Bianca.

Gli statuti originali del FMI stabilivano che gli obiettivi dell'organizzazione sono, tra gli altri: promuovere la cooperazione internazionale nel campo della politica monetaria, facilitare l'espansione e la crescita equilibrata del commercio internazionale, promuovere la stabilità dei tassi di cambio e contribuire alla creazione di un sistema multilaterale di pagamenti, fornire ai paesi membri che affrontano difficoltà di bilancia dei pagamenti l'accesso temporaneo alle risorse generali del Fondo, sotto adeguate garanzie, abbreviare la durata e ridurre lo squilibrio nelle bilance dei pagamenti internazionali dei paesi membri.

Questi termini ufficiali fanno sembrare come se il FMI è un'istituzione imparziale, posto al di sopra delle nazioni e indipendente da influenze politiche, il suo obiettivo principale consisterebbe nella gestione dell'economia mondiale per ordinarla nel miglior modo possibile, e rapidamente correggere malfunzionamenti. Non è un caso. Questa impressione è stata voluta dagli autori e ha infatti raggiunto il suo effetto desiderato: E 'esattamente questo concetto che è stato trasmesso al pubblico mondiale per più di sei decenni da parte di politici, scienziati e media internazionali.

 In realtà, il FMI, fin dall'inizio, è stato un'istituzione lanciata da, controllata da, e su misura per gli interessi degli Stati Uniti, volta a garantire alla nuova superpotenza militare la dominazione del mondo economico. Per nascondere ancora più efficacemente queste intenzioni, i padri fondatori del FMI nel 1947 iniziarono una tradizione che l'organizzazione ha tenuto fino ad oggi - la nomina di un non americano al posto dell'amministratore delegato.

Il primo straniero, selezionato nel 1946, fu Camille Gutt dal Belgio. Come ministro delle finanze del suo paese durante la seconda guerra mondiale, l'economista esperto aveva aiutato gli inglesi a coprire le loro spese di guerra, prestando loro oro belga. Aveva aiutato lo sforzo bellico fornendo agli stati alleati del suo governo cobalto e rame, provenienti dalla colonia belga del Congo, e aveva sostenuto il governo degli Stati Uniti con consegne segrete di uranio congolese, per il suo programma nucleare. Nel 1944 aveva effettuato una drastica riforma monetaria (più tardi conosciuta come la "operazione Gutt"), che era costata alla popolazione attiva del Belgio grandi quantità di loro risparmi.

Gutt fu a capo del Fondo Monetario Internazionale dal 1946 al 1951. Durante la sua permanenza in carica fu in gran parte concentrato sulla attuazione e il monitoraggio del sistema dei tassi di cambio fissi, inaugurando così una nuova era di stabilità finora sconosciuta per gli Stati Uniti e le aziende internazionali, quando esportavano beni e compravano materie prime. Ha anche aperto la strada alle principali banche degli Stati Uniti che cercavano di trattare in crediti a livello internazionale e ha aperto i mercati di tutto il mondo per il capitale finanziario internazionale alla ricerca di opportunità di investimento.

I maggiori cambiamenti politici del mondo, dopo la seconda guerra mondiale, hanno causato notevoli mal di testa al Fondo monetario internazionale, in quanto hanno limitano la portata della organizzazione. Soprattutto, l'Unione Sovietica ha approfittato della situazione post-bellica, caratterizzata dalla divisione del mondo tra le grandi potenze e il disegno di nuove frontiere in Europa. Sempre basandosi sulla socializzazione dei mezzi di produzione, da parte della rivoluzione russa del 1917, i funzionari di Stalin isolarono il cosiddetto "blocco orientale" dall'Occidente, al fine di introdurre la pianificazione della economia centrale in questi paesi. L'obiettivo primario della burocrazia sovietica, tuttavia, non era quello di far rispettare gli interessi dei lavoratori, ma garantire la subordinazione del blocco orientale ai propri interessi, allo scopo di saccheggiare questi paesi. In ogni caso, la frammentazione dell'Europa orientale ha fatto sì che la Polonia, Germania Est, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e molti altri mercati divennero aree vuote per il capitale finanziario internazionale.

La presa del potere da Mao Zedong nel 1949 e l'introduzione di una economia pianificata in Cina, dal Partito Comunista, privò gli investitori occidentali di un altro mercato enorme e alla fine ha portato alla guerra di Corea. Attuando la loro politica di "contenimento" della sfera d'influenza dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti, tacitamente, hanno accettato la perdita di quattro milioni di vite, solo per consegnare un chiaro messaggio al resto del mondo: che la più grande potenza economica al mondo non sarebbe più rimasta passiva se le veniva negato l'accesso a tutti i mercati più globali.